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Beni culturali

Arte e Cultura - La Confraternita di San Giuseppe Arte e Cultura - La Confraternita di San Giuseppe
 
 
 
Nelle antiche Regole, se uno voleva entrare nella confraternita di S. Giuseppe,  doveva consacrarsi  servo di un Santo, ed essere fratello di S. Giuseppe. Bisognava quindi – “per godere il di lui valevole Patrocinio sì in vita come in morte – di imitarlo quanto sia possibile nelle virtù e coll’esemplarità de costumi  -ne propaghi il culto”.

Il centro dell’iniziale operosità fu il seicentesco oratorio –  piccola chiesa di S. Giuseppe (nei pressi della chiesa di Santa Maria Amalfitana), dove rimase sino alla fine dell’Ottocento. Nell’anno 1612 fu infine eretta la chiesa del glorioso patriarca S. Giuseppe della compagnia dei falegnami, grazie al loro contributo di tipo economico (limosine); fu costruita soprattutto per dare dimora alla confraternita che, subito dopo la sua edificazione, diede slancio all’attività devozionale.
 
La confraternita, nel corso della storia, ha presentato un carattere di mestiere, anche se (com’è scritto in un documento) non c’è più alcun riferimento alla caratteristica di mestiere che rimane quale presupposto ideale strettamente legato al santo titolare, connesso appunto alla tradizione del sodalizio.
I solenni festeggiamenti del santo (come ricordano nelle Conclusioni Capitolari del 1740) cominciavano dal primo vespro solenne del 18 Marzo, per poi proseguire,  la medesima devozione la mattina del 19, quando veniva celebrata la Messa solenne e la sera dello stesso giorno si andava servendo ed ossequiando in onore del Santo Glorioso Patriarca.

Al centro del fervore religioso della confraternita, - come scritto all’interno delle Regole – ritroviamo in primis la figura del popolare patriarca per il quale veniva chiesta una speciale venerazione durante tutto l’anno e, specialmente per la sua novena. Altre attenzioni particolari erano programmate in occasione della festività dello “Sposalizio”, del “Patrocinio” e della sua “buona Morte”.

Tra i doveri del confratello vi era quello di presenziare alle funzioni religiose legate al Corpus Domini, di accompagnare “col sacco e colli ceri” la festività della Madonna, di assicurare il viatico agli infermi e di essere sempre presente per le cerimonie funebri di confratelli e preti della chiesa. Altro imperdibile appuntamento era quello della Settimana Santa.
Le Regole stabilivano altresì che ci dovessero essere armonia e clima solidale tra gli associati: i fratelli erano invitati ad amarsi fra loro anche con opere di misericordia e ciascuno doveva correggere l’altro con dolcezza e amore fraterno. In fondo la confraternita era stata istituita per l’esercizio della pietà.  
La volontà di far parte del sodalizio andava formalizzata con un memoriale e ai confratelli spettava la verifica che il richiedente fosse persona di buoni costumi, di buona fama e di animo incline alla devozione.

La confraternita dimorò presso la seicentesca cappella (in parte demolita nei primi anni Trenta del secolo scorso), ma sul finire Ottocento considerata l’oramai limitatezza logistica per il crescente culto nei confronti del popolare san Giuseppe (forse solo una delle regioni)si pensò sempre più all’eventualità di trasloco. Il “trasloco” (in un clima di tensione) si concluse nel 1904: il sodalizio, allora indicato come un’Opera Pia, si sistemò presso la chiesa di S. Leonardo (suo attuale alloggio), con annesso convento di Benedettine, precedentemente individuato e sino ad allora chiuso. La confraternita è contraddistinta dalla mozzetta gialla.

Presso la seicentesca cappella – chiesetta del santo, quasi come unico segno di quell’antica presenza religiosa laicale, nel timpano ritroviamo un piccolo bassorilievo, che rappresenta san Giuseppe nella fuga in Egitto.



 
    

Testo e Notizie tratte da:

-    Pepe Francesco, Di Palma Giuseppe, “Santi, Cristi e crestjène Cronache di religiosità popolare a Monopoli” Prefazione di Giuseppe Vacca, Zaccaria Editore, 2005.
 

Ricerca e foto a cura di Angela Marasciulo
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[28 Maggio 2013]  
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